Taiso: la preparazione atletica


L’arte marziale è una disciplina che richiede un’attività fisica molto intensa. Pur essendo alla portata di tutti, prima di sottoporsi all’allenamento specifico, è indispensabile preparare adeguatamente l’organismo attraverso un corretto riscaldamento.


La condizione e la forma fisica di un praticante si ottengono attraverso un sistema di mezzi e di metodi caratteristici dell’allenamento di ogni particolare disciplina.
Il metodo utilizzato nel bujutsu è l’allenamento a “carico naturale” che si distingue per l’utilizzo quasi esclusivo, durante gli esercizi, del peso del proprio corpo. Questo tipo di addestramento, applicato con opportuni accorgimenti, può essere utile per lo sviluppo armonico di tutte le capacità motorie del bugeisha.


La ginnastica classica della scuola Shindo di bujutsu è conosciuta con il nome di “taiso” che letteralmente significa “preparazione del corpo”. Questo allenamento tradizionale si compone di molteplici serie di esercizi, tra cui: esercizi da fermi, esercizi svolti in movimento (in corsa), esercizi eseguiti con un compagno di pratica e così via. Questi specifici addestramenti del corpo hanno lo scopo di riscaldare in modo uniforme tutti i gruppi muscolari e di sciogliere le articolazioni, affinché il praticante possa effettuare l’allenamento successivo con le tecniche di bujutsu senza pericoli per il proprio corpo.


Eseguire un corretto riscaldamento è il primo passo verso il benessere generale ed il miglioramento delle capacità fisiche. Esso contribuisce inoltre in maniera determinante ad evitare lesioni muscolari e traumi a livello di tendini ed articolazioni. Solo dopo che l’organismo sarà pronto, si potrà cominciare con l’allenamento vero e proprio che preparerà il bugeisha ad addentrarsi nella pratica dell’arte marziale.


Suieijutsu: l’arte dell’acquaticità


Per un popolo isolano come i giapponesi il nuoto è sempre stato un’attività naturale e necessaria. Ancora oggi i pescatori ed i sommozzatori nipponici e soprattutto le pescatrici di perle sono famosi in tutto il mondo per la loro abilità in acqua.


Nell’epoca feudale questa capacità divenne per il bushi non soltanto una tecnica naturale evolutasi per reazione all’ambiente giapponese, ma un’arte vera e propria che poteva o doveva essere usata in combattimento.


Nel paese del sol levante, i campi di battaglia erano spesso attraversati da torrenti, fiumi e laghi; inoltre molte battaglie importanti ebbero luogo nelle immediate vicinanze o addirittura sopra quelle distese d’acqua che dividevano un’isola dall’altra. Ognuna di queste situazioni presentava, quindi, problemi specifici che il bushi doveva affrontare ed a cui doveva essere preparato. La sua maggiore difficoltà era data dal fatto che nuotare, per lui, significava immergersi con un’armatura addosso e con tutte le armi richieste dalla sua posizione sociale.


Nel Giappone feudale sorsero, per queste motivazioni, scuole specializzate nell’addestrare i guerrieri nella caratteristica “arte del nuoto marziale” conosciuta come “suieijutsu”.


Tutti i ryu insegnavano al guerriero soprattutto le tecniche per nuotare con l’armatura; il programma di studi comprendeva metodi ideati per permettere ad un bushi di rimanere a galla per parecchio tempo o di nuotare per lunghe distanze spesso anche di notte e lontano dalla costa.


Inoltre ogni scuola si specializzò nello sviluppo della capacità del bushi di adoperare le sue armi tradizionali quando era immerso nell’acqua. Non dovrebbe essere sorprendente, quindi, leggere dell’abilità spesso straordinaria con cui il samurai usava l’arco e le frecce stando in acqua considerando che le piume delle frecce dovevano rimanere asciutte per poterne controllare la traiettoria.


Attraverso l’abilità del nuoto, il guerriero era in grado di attraversare correnti impetuose o di nuotarvi contro, di portare stendardi o bandiere, armi o carichi pesanti e di usare le armi da fuoco anche se completamente sommerso.


Il guerriero sviluppò altresì tecniche di lotta a mani nude da applicare sopra e sotto la superficie dell’acqua; egli elaborò l’ashi garami o arte della lotta nell’acqua che comprendeva waza particolarmente efficaci e raffinati per sconfiggere l’avversario tra i quali vi erano: metodi che prevedevano la possibilità di avvinghiarsi alla gamba del nemico con una forza tale da farlo arrendere; tecniche che consentivano di bloccarlo sott’acqua sino ad annegarlo oppure addirittura modi per sopraffarlo lottando con questi nel cadere da una barca.


Altri stili di nuoto marziale permettevano al bushi di liberarsi da piante acquatiche o alghe che gli impedivano i movimenti delle gambe o l’uso delle armi, di uscire dai gorghi o vortici d’acqua, nonché abilità particolari come l’inatobi (“balzare come una triglia”) che consentivano al bushi di spiccare salti dall’acqua direttamente su una barca. Oppure il metodo segreto dello shusoku-garami faceva sì che il bushi fosse in grado di nuotare anche con gambe e mani legate.


Il nuoto in mare aperto, infine, insegnava a nuotare semieretti, con un movimento tipico, possente e circolare delle gambe conosciuto con il nome di “maki-ashi”. Infatti certi esercizi, come il “sensu-morogaeshi”, imponevano di tenere al di sopra dell’acqua un ventaglio di carta retto con le dita delle mani, mentre il guerriero nuotava o si teneva semplicemente a galla. In tal modo si imparava a tenere il corpo diritto e immobile per avere libere le mani e poterle utilizzare per ingaggiare il combattimento.


Erano senz’altro pochi i guerrieri classici che avrebbero potuto permettersi di trascurare questa importante disciplina collaterale del bujutsu. Il nuoto, quindi, era parte integrante dell’addestramento militare e solo di rado il piano della residenza centrale di un clan non offriva spazio adeguato per un profondo stagno accanto al galoppatoio o alle sale per le esercitazioni nelle arti marziali, in modo che fosse possibile praticare assiduamente l’arte del suieijutsu.


Bajutsu: l’arte dell’equitazione


L’antico bushi dei ranghi più elevati era, per definizione, “il cavaliere” che galoppava in battaglia alla testa delle sue truppe appiedate composte da bushi, samurai, ashigaru, nobushi e ji-samurai.


Il cavallo (uma) utilizzato dal guerriero classico giapponese era il tipico pony asiatico, simile a quello usato dai cinesi e dai coreani, nonché dai cavalleggeri mongoli. I destrieri di questo tipo erano animali forti, sorprendentemente veloci e capaci di eseguire manovre estremamente complicate. Per controllare cavalli di questo genere infatti era necessaria una mano particolarmente esperta, soprattutto se utilizzati nel tumulto di una battaglia. L’antico bushi divenne quindi particolarmente abile nell’addestrare e nel servirsi sul campo di battaglia di questi energici animali.


L’arte dell’equitazione militare venne conosciuta come bajutsu o jobajutsu quando si riferiva all’equitazione sulla terraferma e suibajutsu quando si richiamava all’utilizzo del cavallo per l’attraversamento di distese d’acqua.


Le tecniche del bajutsu coprivano una gamma molto vasta, che andava dagli scontri di massa tra cavalleggeri agli spostamenti individuali rispetto alle linee nemiche.


Il bushi imparava a montare e smontare da cavallo per mezzo di molteplici tecniche tra le quali: il “norikata” che prevedeva la salita dal lato destro del cavallo gettando il peso sul calcagno e non in avanti, com’era in uso in occidente; il “tobi nori” che permetteva la monta per mezzo di un salto; l’“orikata” o tecnica di discesa classica ed infine il “tobi ori” o balzo a terra appoggiandosi alla sella e facendo scivolare entrambe le gambe al suolo con un unico movimento.


Una volta in sella, il bushi si addestrava a sviluppare la necessaria forza dei lombi al fine di essere in grado di mantenere per ore ed ore la postura corretta a permettergli di cavalcare velocemente.


Inoltre sviluppava la capacità di stare in sella in un modo caratteristico che fornisse una base stabile dalla quale cavalcare senza l’utilizzo delle mani; giacché il guerriero classico doveva maneggiare le armi principali mentre affrontava il nemico. Infatti egli teneva le redini, fino a quando era pronto a impegnare l’avversario a distanza ravvicinata: allora le agganciava ad uncini o anelli fissati alla corazza e guidava il destriero semplicemente con le ginocchia o inclinando il corpo nella direzione voluta.


Nell’ambito della battaglia il bushi a cavallo avanzava verso le linee nemiche, usando un percorso irregolare di convergenza che rendeva estremamente difficile colpirlo agli arcieri avversari, mentre egli scagliava continuamente frecce nella loro direzione. Infine, a distanza ravvicinata, usava la lancia o la spada lunga, mentre sfrecciava tra i gruppi dei nemici o si impegnava in singolar tenzone con un altro guerriero a cavallo. In scontri del genere, entrambi i cavalieri usavano le loro cavalcature in modo molto simile ai fanti a piedi, con piena mobilità e perfetta esecuzione d’intenzioni. Nelle condizioni ottimali, il cavallo era sincronizzato con la personalità del padrone al punto che sembrava agire istintivamente in piena armonia con i movimenti del cavaliere, ritraendosi davanti a una carica, impennandosi per offrire al padrone il vantaggio dell’altezza per sferrare un colpo, o caricando come una belva indemoniata nel folto della battaglia.


L’equitazione militare ebbe un effetto marcato sul bujutsu, non solo perché era di per sé una specializzazione militare, ma perché coinvolgeva in un rapporto strategico tutte le altre arti del combattimento armato e disarmato. L’arte dell’arco, della lancia e della spada, le tecniche del combattimento senz’armi furono tutte direttamente influenzate, sia da parte dei cavalieri che combattevano tra loro, sia da parte dei cavalieri che si scontravano contro guerrieri appiedati. I bushi a cavallo, infatti, impiegavano i metodi del bujutsu adattandoli alla loro posizione sopraelevata sui destrieri in movimento.


L’arte del tiro con l’arco a cavallo (kyubajutsu) divenne una sottospecializzazione estremamente sviluppata del kyujutsu. Tecniche speciali del combattimento con la lancia vennero inoltre perfezionate per assicurare un migliore uso di quest’arma da cavallo, sia contro un altro guerriero a cavallo che contro uno a piedi. La spada lunga (nodachi) era particolarmente adatta al combattimento a cavallo e veniva usata secondo precise tecniche del kenjutsu contro un altro cavaliere o contro le orde di fanti che brulicavano intorno al guerriero che galoppava. Talvolta il bushi usava addirittura le tecniche del combattimento senz’armi contro un altro cavaliere, per esempio nell’applicazione di una presa basata su un sutemi (tecnica di sacrificio), cioè una caduta volontaria eseguita in modo da disarcionare il cavaliere avversario.


Shinobijutsu: l’arte dell’insinuarsi


Quando, per la prima volta nella storia del mondo, un gruppo di uomini possedette qualcosa che altri potevano desiderare si crearono i presupposti per la guerra. Quasi contemporaneamente comparve la figura della “spia”. Conoscere la forza e le intenzioni del nemico fu, sin dai conflitti preistorici, ritenuto determinante per assicurarsi la vittoria.


I più abili tra i cacciatori ed i guerrieri, coloro che sapevano avvicinarsi alla preda inavvertiti, che avevano imparato a celarsi in ogni ambiente, che erano abituati a lunghi disagi lontani dalla protezione della propria gente, divennero i primi agenti segreti nella storia del genere umano.


Ogni comandante militare sapeva che il successo di una guerra era fondato sull’insidia. Lo scontro fisico della battaglia era importante, ma andava considerato in una giusta prospettiva; se ci si voleva assicurare la vittoria finale, non dovevano essere trascurate tutte le operazioni di spionaggio che precedevano ogni importante battaglia.


Un preliminare indispensabile era un attacco alla mente del nemico, prima ancora di colpirlo nel fisico. I guerrieri “shinobi”, o “ninja” come vennero conosciuti in seguito, erano il mezzo con il quale un comandante adempiva a questo importante compito. Con l’uso di queste spie o agenti segreti del Giappone feudale, un daimyo distruggeva i piani del nemico, disgregava le sue alleanze, creava discordia tra superiori e subalterni; in pratica fiaccava la determinazione dei propri avversari.


Tutte le operazioni degli shinobi avevano lo scopo di demoralizzare i nemici del proprio signore e creare confusione e dissenso tra le loro file. In queste missioni, questi particolari guerrieri mantenevano la più assoluta segretezza e nello stesso tempo sceglievano con accuratezza il punto debole dove colpire.


Molti abitanti dei villaggi, ma anche molti guerrieri bushi, credevano che lo shinobi fosse un mago o uno stregone e che avesse piena padronanza sui fenomeni della natura. Si creavano leggende intorno ai suoi poteri occulti, a volte anche esagerandoli; la sua presenza sospetta incuteva terrore anche nei guerrieri più coraggiosi. Inoltre, la ricchezza personale di risorse, la piena dedizione alla sua arte e la tenacia con cui portava a termine le sue imprese, facevano apparire lo shinobi come un essere soprannaturale.


Questo guerriero era invece solo un abile maestro di insidie che, mediante intelligenti tattiche e fini stratagemmi, portava il nemico alla confusione, mentre egli realizzava brillantemente i suoi piani.


Astuzia e sorpresa erano le due principali caratteristiche dello shinobi. Egli cercava di ingannare il nemico portandolo a formulare false stime e falsi giudizi che lo avrebbero condotto in seguito ad errate operazioni militari. Quando l’avversario si sentiva sicuro, lo shinobi lavorava per spaventarlo; quando era ben rifornito, faceva di tutto per affamarlo; quando era in pace, cercava di incitarlo all’azione.


Le materie di studio dello Shinobijutsu comprendevano: lo shinobi taiso che preparava atleticamente il guerriero per mezzo di caratteristici esercizi fisici; il taijutsu o arte del corpo che prevedeva addestramenti volti a sviluppare nello shinobi la capacità di adattarsi ad ogni difficile situazione e rivolgerla a proprio vantaggio; il mensojutsu che insegnava i segreti del travestimento; il ten-mon ovverosia le osservazioni meteorologiche; il chi-mon la geografia strategica per apprendere vantaggi e pericoli di ogni forma di terreno; l’intonjutsu che si occupava dei metodi di fuga e di occultamento o, meglio, delle fatidiche tecniche di sparizione che consentivano di utilizzare gli elementi per eclissarsi; lo shinobi aruki per muoversi furtivamente e silenziosamente; il cho-cho che indicava le arguzie nello spionaggio ed infine il goji-in che permetteva al guerriero di attingere alle energie segrete degli elementi e dell’intero universo.


Senjojutsu: l’arte della tattica militare


Nell’antico Giappone il concetto comune della guerra era basato sull’astuzia e sull’abile applicazione di stratagemmi (kaiho) e non sulla semplice contrapposizione di forze sul campo di battaglia.


L’ideogramma usato per indicare lo “stratagemma” significava originariamente “calcolo”, “progetto”. Solo agli albori del medioevo la parola acquisì il significato odierno di “stratagemma” che è un’azione ben calcolata e progettata in anticipo. Lo stratagemma, nel campo della tattica militare, è quindi di solito un’azione indiretta che permette il raggiungimento dello scopo finale senza mettere in allarme il nemico, in modo che questi non possa né impedirlo, né opporvisi.


Molti ryu dell’antico Giappone svilupparono dei metodi e degli stratagemmi propri per addestrare il bushi all’arte della guerra, prevedendo nel proprio programma d’apprendimento lo studio di testi che ne esplicassero i principi generali. Questi libri alternavano una serie di indicazioni tecniche e specifiche (descrizione dei terreni d’azione, uso offensivo del fuoco, organizzazione della rete spionistica, ecc.) all’esposizione di principi di ordine generale, attingendo a diverse scuole di pensiero ed amalgamando il tutto all’insegna del più spiccato utilitarismo.


La tattica e le strategie erano basate sull’astuzia, sulla formazione di false rappresentazioni della realtà per trarre in inganno il nemico, sulle manovre flessibili e coordinate ed infine sulla veloce concentrazione delle forze nei punti di debolezza dell’avversario. Tutto era comunque finalizzato alla vittoria, perché vincere era l’unica cosa che contava in caso di guerra; soprattutto, vinceva veramente solo chi sapeva imporsi ottenendo il massimo profitto nel minor tempo possibile e con il minimo delle perdite. Un tale obbiettivo si raggiungeva attraverso una meticolosa valutazione iniziale atta ad evitare le situazioni potenzialmente svantaggiose, variando inesauribilmente i piani e la disposizione tattica con manovre irregolari ed imprevedibili, mascherando l’entità reale delle proprie forze ed avvalendosi di ogni altro stratagemma in grado di garantire il successo finale.


Questa disciplina, soprannominata l’arte della strategia bellica, venne conosciuta nell’antico Giappone con il nome di “senjojutsu”. L’essenza dell’arte della guerra può essere oggi applicata nel combattimento come in ogni altro aspetto dell’esistenza. Occorre affrontare il conflitto in modo da poter vivere al di là del conflitto. Quindi il senjojutsu diventa non soltanto strategia nelle arti marziali, ma strategia di vita.


Il combattimento fisico non è che la forma più evidente di scontro, ma consciamente o inconsciamente si affrontano decine di duelli ogni giorno. In ultima analisi il combattimento è una forma rituale che rimanda ad un conflitto più ampio; dunque capire davvero la strategia della guerra significa comprendere come affrontare la realtà invece che subirla.