Bujutsu: cenni storici


Fin dalla preistoria l’uomo ha sempre saputo trarre vantaggio dal proprio corpo e dalla propria intelligenza per sostentarsi.
Le arti marziali nacquero con l’uomo, con il suo bisogno di difendersi e di sopravvivere. Ogni civiltà sviluppò un proprio sistema di combattimento, tipico dei costumi del luogo e del tempo, tanto in oriente quanto in occidente, sotto forma di spettacolo o come esercizio propedeutico alla guerra.


La lunga storia e la complessa tradizione dell’arte giapponese del combattimento si concretizzò in una varietà di forme, metodi a mani nude ed armati, ognuno dei quali costituì una specializzazione particolare di quest’arte conosciuta con il nome di “bujutsu”.


Essendo un’arte realistica del combattimento, il bujutsu era incentrato sull’uso dei vari tipi di armi e comprendeva altresì lo studio di tutti quei sistemi collaterali dell’arte della guerra, come i metodi di combattimento a mani nude, l’equitazione, il nuoto, la tattica militare e le strategie belliche, che divennero materie di studio per tutti gli esponenti del bujutsu.


Il bujutsu rappresentò il simbolo e lo strumento d’espressione della forza e della vitalità del guerriero medioevale giapponese, il suo studio venne dichiarato prerogativa esclusiva della classe militare di professione e di tutti i suoi esponenti conosciuti con il nome di “Bushi” o, molto più semplicemente, con quel nome cinese che divenne famoso in molte lingue e che viene generalmente tradotto come “vassallo” o “colui che serve”: “Samurai”.
Questi guerrieri erano uomini che servivano un padrone, perciò la funzione primaria che essi erano chiamati a svolgere professionalmente consisteva nell’eseguire gli ordini impartiti dai superiori cui avevano votato la propria fedeltà.


In quanto uomo di guerra il Bushi o Samurai doveva tenersi pronto a servire un Signore soprattutto come guerriero. L’obbligo poteva essere adempiuto in modo assoluto solo se il Samurai non si poneva riserve di sorta nell’affrontare i pericoli insiti nell’uso professionale delle armi. Perciò tutta la sua filosofia era fondata sul concetto di totale spregio per la propria sicurezza e per la propria vita che, in forza di un giuramento, aveva messo senza riserve a disposizione del proprio Signore. Il figlio di una casta militare che doveva divenire un Samurai veniva addestrato, sin dalla più tenera età, alle arti del bujutsu ed a tutte quelle discipline marziali e filosofiche che l’avrebbero trasformato in un guerriero professionista.


L’esistenza di armi specifiche di combattimento, come pure i riferimenti diretti e indiretti a modi, stili e tecniche diverse di combattimento, presupponevano tutti l’esistenza di centri d’istruzione dove i giovani praticanti del bujutsu potevano imparare la teoria e la pratica del combattimento individuale. In questi centri, gli aspiranti Samurai imparavano ad affrontare le innumerevoli ed imprevedibili circostanze che avrebbero incontrato in combattimento. In generale questi centri vennero chiamati "Bujutsu Ryu" (scuole di arti marziali).
Per quanto riguarda il contenuto dell’istruzione marziale, ogni Ryu adottava generalmente un programma comprendente l’aspetto pratico di una particolare specializzazione, come le posizioni e gli spostamenti che preparavano il terreno alle tecniche efficaci e conclusive del combattimento, secondo i modelli specifici delle strategie per l’attacco, il contrattacco e la difesa contro uno o più avversari. Inoltre il programma comprendeva anche l’addestramento specializzato per lo sviluppo di fattori come il controllo mentale, la forza di volontà, la decisione e la massima concentrazione essenziale nel preciso momento del confronto.
Questo programma generale tendeva a creare il guerriero ideale, un uomo capace di cavarsela in combattimento con qualunque arma disponibile (arco e frecce, lancia e spada, o altro) e capace soprattutto di affrontare imperturbabile ogni problema che potesse presentare la realtà violenta e drammatica di quei tempi.


Il giovane guerriero veniva inoltre istruito secondo una serie di regole morali e filosofiche, conosciute come “Bushido”. Questo codice etico del Samurai conteneva le norme di comportamento che i guerrieri erano tenuti ad osservare in ogni circostanza. Lo sviluppo di questo particolare codice comportamentale fu caratterizzato da diverse correnti, prime fra tutte lo Shinto, lo Zen ed il Confucianesimo. Da queste tre principali dottrine spirituali giapponesi il bushido trasse innumerevoli idee poste alla base dei propri insegnamenti. La religione Shinto impose la sua influenza su quella parte del bujutsu riferita all’estremo combattimento dove il Bushi si votava alla purezza di spirito (makoto), alla coscienza del dovere e alla fedeltà verso l’Imperatore e il proprio Signore. La dottrina Zen mostrò la strada dell’autocontrollo e della calma, insegnò a sopportare l’inevitabile, a trovare la concentrazione intensa e l’imperturbabilità nelle situazioni più pericolose, anche di fronte alla morte. Infine dalle idee del Confucianesimo i Bushi trassero le consuetudini e la morale, fra cui troviamo i seguenti principi fondamentali: la lealtà verso il clan e la famiglia (chugi), la coscienza del dovere (giri), la risolutezza (shiki), la generosità (ansha), l’imperturbabilità dell’essere (fudo), la nobiltà d’animo (doryo), la benevolenza (ninyo) ed infine il coraggio (yu).


Basandosi su queste regole morali, filosofiche e spirituali l’apprendista guerriero doveva essere in grado di sopportare ogni avversità, l’addestramento infatti lo sottoponeva a dure prove quali il resistere al freddo dell’inverno e all’afa dell’estate senza lamentarsi; il dolore fisico doveva essere sopportato senza tradire la minima emozione ed il condizionamento del giovane Bushi raggiungeva il culmine nel meticoloso addestramento per prepararlo alla cerimonia del suicidio rituale, conosciuto generalmente come "Hara Kiri" (taglio dell’addome) o "Seppuku".
Il seppuku nacque come un semplice atto di autoannientamento sul campo di battaglia, compiuto per non venire catturati o uccisi dai nemici. Con l’andare del tempo, divenne una vera e propria cerimonia che poteva venir compiuta a buon diritto solo dai membri della casta militare, in armonia con regole d’etichetta minuziosamente codificate.


Un guerriero Samurai poteva insomma diventare un combattente di eccezionale abilità, dando prova di incredibile coraggio e mostrandosi capace di attuare imprese eroiche che costituiscono, ancora oggi, alcuni degli episodi più affascinanti che si possano trovare nella storia e nella letteratura del Giappone antico.
Nella dottrina delle arti marziali, la pratica del bujutsu viene raramente considerata come l’unico aspetto della disciplina. Quasi all’unanimità i più famosi maestri delle arti marziali hanno affermato che le arti del bujutsu sono “Vie” o discipline di avanzamento morale, destinate a favorire la formazione di una personalità matura, equilibrata ed integrata, di un uomo in pace con se stesso e in armonia con il suo ambiente.
Come metodi di lotta mortali, le tecniche del bujutsu si sono sviluppate nel corso dei secoli, ma solo quando hanno avuto contatti con la filosofia Zen (all’inizio del sec. XVII), hanno acquisito un contenuto etico e sono diventate "Budo" (la Via dei guerrieri).
Il Budo porta a un più immediato confronto con i conflitti fondamentali della realtà: la vita e la morte, il dolore e il piacere, i problemi temporali e i problemi spirituali. Un individuo che inizia a percorrere la via del Budo dev’essere coraggioso e virtuoso, deve possedere senso dell’impegno e sensibilità nei confronti dei valori del passato. Egli deve sospendere quindi la battaglia contro il nemico e rivolgerla contro il proprio Io, permettendo la nascita di “un’arte della vita” proprio dall’arte marziale che aveva come scopo ultimo la morte del nemico. Un esercizio severo diviene il mezzo per scoprire i limiti fisici e spirituali e per rivolgere il desiderio di ricerca, innato nell’uomo, al perfezionamento delle sue capacità interiori.


La pratica del Budo, sotto il controllo di un maestro poteva e può ancora condurre l’uomo all’armonia con se stesso ed il mondo che lo circonda. Attraverso il superamento dell’Io, che vale come importante presupposto per la Via, egli può imparare, nella pratica, a riconoscere se stesso e a realizzarsi come uomo.