Jujutsu: l’arte della cedevolezza


Le arti marziali classiche del bushi erano indiscutibilmente metodi di combattimento armati, essendo nate sui campi di battaglia ed essendosi evolute come discipline di una casta il cui simbolo stesso era la spada. Questo non significa che la preparazione del guerriero giapponese fosse sprovvista di metodi di lotta senz’armi particolarmente sofisticati.


Con gli antichi nomi di gusoku (nelle sue varianti di ko-gusoku e cho-gusoku), di kumiuchi (ryo-kumiuchi), yawara, wajutsu, jujutsu, aikijutsu e così via, vennero conosciuti i metodi di combattimento disarmati praticati dai guerrieri del Giappone feudale. Dal diciassettesimo al diciottesimo secolo un numero sempre crescente di scuole cominciò a specializzarsi nel bujutsu disarmato. Quasi tutte erano diverse tra loro per quanto riguarda il tipo e il grado d’importanza attribuita alle varie funzionalità del corpo umano in combattimento. Si può dire che i tipi ed il numero delle scuole del combattimento disarmato rispecchiavano l’ampia gamma delle possibilità inerenti all’uso strategico del corpo umano, possibilità che queste scuole esplorarono e svilupparono assiduamente, spesso affinandole al punto di portarle a livelli sbalorditivi di efficienza strategica.


Questi metodi consistevano nell’usare il corpo come un’arma per proiettare un avversario a terra, immobilizzandolo o strangolandolo, slogandogli le giunture o colpendolo, oppure nell’usarlo difensivamente evitando di diventare il bersaglio dell’attacco di un altro.


Il termine jujutsu significa, letteralmente, tecnica o arte (jutsu) dell’agilità, della flessibilità, dell’elasticità, della gentilezza (tutti significati dell’ideogramma ju).


La nascita del jujutsu si fa solitamente risalire al periodo fra il 1600 ed il 1650 seppure le tecniche utilizzate da questa disciplina risultino retaggio di tempi molto più antichi.


Nella sua applicazione alle strategie concrete del combattimento, il principio del ju consisteva nell’adattarsi flessibilmente e con intelligenza alle manovre strategiche di un avversario, per sfruttare tali manovre e la forza con cui venivano eseguite al fine di soggiogare l’avversario stesso o almeno di neutralizzarne l’attacco.


Nei secoli successivi con il termine jujutsu si identificarono l’insieme dei numerosi metodi di combattimento senz’armi e le svariate tradizioni che ne sfruttarono i principi di base. Ogni scuola si specializzò e sviluppò il proprio addestramento applicando le tecniche ed i principi del “ju” in maniera differente; nacquero in questo modo scuole specializzate nella lotta a terra, altre nelle proiezioni, altre ancora nelle leve articolari, senza dimenticare quelle che si concentrarono sullo studio dei colpi, spesso utilizzati per preparare il trascinamento a terra dell’avversario.


Verso la fine del periodo Edo esistevano oltre 160 stili e tradizioni formali riconosciute che praticavano il combattimento senz’armi.


Kumiuchi: il combattimento a mani nude


La forma di jujutsu praticata dalla scuola Shindo prende il nome di “kumiuchi”. Questo metodo di lotta senz’armi prevede lo studio di svariati kata o esercizi formali, ognuno dei quali è composto essenzialmente da otto tecniche (waza) di base.


L’arte del kumiuchi viene inoltre suddivisa in cinque grandi gruppi di principi che utilizzano un’infinita varietà di modi in cui particolari parti del corpo umano vengono utilizzate per sconfiggere un aggressore. Questi gruppi sono suddivisi per tipologia di tecnica in: ate waza, kansetsu waza, nage waza, ne waza e goshin waza.


Il primo gruppo di tecniche è chiamato “ate waza” o tecniche di percussione; questa serie di principi sono utilizzati per colpire, rompere e premere sino a causare dolore e a rendere inoffensivo l’avversario. Queste tecniche si basano tutte su azioni dirette ai punti vitali del corpo umano (kyusho). Le tecniche di percussione sono divise in: colpi sferrati con le braccia (ude-ate waza), colpi portati con le gambe (ashi-ate waza) ed infine le efficaci tecniche di pressione (kyusho waza) indirizzate alle zone vulnerabili del corpo.


Il secondo gruppo di tecniche è chiamato “kansetsu waza” o tecniche di leva e torsione articolare, che possono venire usate efficacemente per immobilizzare e paralizzare un avversario; questa serie di principi viene ulteriormente suddivisa in: leve dirette ad immobilizzare l’avversario (osae-kansetsu waza) che erano particolarmente utili in combattimento quando occorreva prendere vivo l’avversario e leve atte a lanciare l’aggressore tramite una torsione articolare (nage-kansetsu waza).


Il terzo gruppo di tecniche è chiamato “nage waza”, ossia tecniche che utilizzano il corpo per applicare il lancio e lo sbilanciamento dell’avversario; questa serie di principi è composta di: proiezioni con l’anca (koshi-nage waza), dove il praticante sfrutta l’estensione dell’anca per ribaltare in avanti l’aggressore; proiezioni con l’uso delle gambe (ashi-nage waza) in cui i piedi o i polpacci servono per sbilanciare l’avversario; proiezioni con l’utilizzo delle braccia o delle mani (te-nage waza) ed infine quelle tecniche potenti conosciute come auto—sacrifici (sutemi-nage waza) con cui un lottatore, afferrando saldamente l’avversario, cadeva volontariamente a terra, scagliando l’aggressore in aria, al di sopra del proprio corpo, in una spettacolare caduta.


Il quarto gruppo di tecniche è conosciuto come “ne waza” ossia tecniche a terra, che il bugeisha applica quando l’avversario si trova al suolo; questa serie è composta dalle tecniche di strangolamento (shime-ne waza), che offrivano innumerevoli modi di interrompere l’afflusso del sangue al cervello o dell’aria ai polmoni, attaccando così alla radice la capacità di percepire e di reagire dell’aggressore; e dalle tecniche di immobilizzazione o leva (kansetsu-ne waza), che sono azioni dirette contro le giunture e le articolazioni dell’avversario.


Il quinto ed ultimo gruppo di tecniche viene chiamato “goshin waza” o tecniche della difesa personale; questa serie si compone di tutti i precedenti principi studiando in particolar modo l’applicazione delle tecniche in situazioni reali di combattimento. L’insegnamento del goshinjutsu si suddivide in: tecniche di difesa a mani nude (goshin waza), tecniche di difesa contro più avversari (taningake waza), tecniche di difesa contro avversari armati (buki dori waza) ed infine le spettacolari ed importantissime controtecniche (kaeshi waza). Tramite questa serie di tecniche il kumiuchi della scuola Shindo si rivela efficacissimo in caso di difesa personale.


Yoroi kumiuchi: il combattimento
con l’armatura


Il guerriero bushi durante i combattimenti nelle battaglie campali, fronteggiava i suoi avversari equipaggiato con le proprie armi e con indosso l’armatura. Quest’ultima, per quanto più leggera di quella in uso in Europa, rendeva estremamente lenti ed impacciati i movimenti che, nelle arti del combattimento, richiedevano sovente agilità e rapidità. Inoltre in alcune situazioni il guerriero restava virtualmente senz’armi e doveva ricorrere alle forme di combattimento disarmato per difendere la propria vita, cosa che si rivelava di notevole difficoltà dato l’impedimento nei movimenti che l’armatura creava. Era utile allora conoscere i principi della lotta per squilibrare l’avversario e farlo cadere a terra dove, con l’armatura addosso, avrebbe avuto delle serie difficoltà a rialzarsi e parare un colpo di spada.


Sebbene nella tradizione guerriera nipponica la lotta sia stata presente sin dagli albori, i samurai ne svilupparono una versione sussidiaria alla scherma da utilizzare con indosso l’armatura.


Lo yoroi kumiuchi, o lotta in armatura, era un sistema pratico che divenne necessario quando i guerrieri che si scontravano nel combattimento individuale abbandonavano, per qualunque ragione, le armi principali. Questa disciplina era tale che i contendenti utilizzavano le anche, le gambe e gli arti secondo schemi particolari, singolarmente efficaci. Furono numerosissime le tradizioni classiche che attribuirono un peso considerevole allo studio dello yoroi kumiuchi, portandolo quindi a livelli di efficacia e raffinatezza insospettabili.


Hojojutsu: l’arte di legare l’avversario


Nello yoroi kumiuchi, così come in altre forme di lotta, non sempre il vincitore mirava ad uccidere la propria vittima. In alcune circostanze, era preferibile prendere vivo il nemico. Di conseguenza, il corpo a corpo era strettamente associato ai sistemi specializzati nel legare l’avversario affinché questi non potesse fuggire.


Tali metodi non consistevano unicamente nell’avvolgere alcuni giri di corda attorno alla vittima in modo casuale; nella struttura a compartimenti stagni propria del Giappone pre–feudale e feudale, era molto importante applicare certi modelli di legatura a ciascuna classe sociale. I costumi, gli strumenti, le armi, le tradizioni personali e le specializzazioni di ogni classe variavano considerevolmente e questi fattori giocavano un ruolo determinante nel modo in cui venivano legate le persone appartenenti a ceti sociali differenti. Le peculiarità anatomiche tra uomo e donna, inoltre, spinsero i guerrieri ad elaborare legature diverse anche a seconda del sesso della preda.


L’hojojutsu, o arte della legatura, comprendeva tutti i metodi impiegati per legare ed immobilizzare la vittima dopo che questa era stata soggiogata con tecniche di combattimento. Il guerriero veniva addestrato al “te no uchi”, ossia a sviluppare la sensibilità delle mani; questa tecnica era in grado di garantire al bugeisha una legatura efficace.
Assicurare energicamente il nemico con la corda non rappresentava l’unico requisito dell’hojojutsu. La legatura doveva essere eseguita rapidamente, spesso quando la vittima continuava a dimenarsi per tentare di fuggire.
L’hojojutsu, pertanto, funzionava quale importante sistema secondario nel quadro del bujutsu e dipendeva totalmente dalla capacità del guerriero di catturare e controllare il nemico con le tecniche del corpo a corpo.


Di norma, tutti i guerrieri portavano con sé la speciale corda utilizzata nell’hojojutsu, quale componente del proprio equipaggiamento da battaglia. Questa fune era chiamata torinawa, che letteralmente significa “corda da strada”. Alcune volte tuttavia il guerriero si trovava ad essere sprovvisto della torinawa, quindi faceva ricorso ad un espediente singolare; egli utilizzava come sostituto per la legatura il sageo, un piccolo pezzo di corda attaccato al fodero della spada, con il quale immobilizzava la propria vittima con altrettanta efficacia.


Kenjutsu: l’arte del combattimento
con la spada


La spada rappresentava il bene più prezioso di un samurai. L’uso corretto di quest’arma richiedeva anni di pratica, non solo per l’affinamento della tecnica ma anche e soprattutto per l’addestramento mentale e spirituale.


Per il bushi la spada era considerata l’arma basilare per il suo allenamento marziale. Egli fece quindi della katana o tachi la propria arma principale ed elaborò metodi per utilizzarla nel modo più efficace possibile. Tali metodi, denominati kenjutsu, o arte della spada, divennero la testimonianza più elevata della destrezza marziale del bushi.


Nell’antico Paese del Sol levante gli scontri e le sfide con la katana si risolvevano di solito molto rapidamente e non era insolito il caso in cui entrambi i contendenti trovassero la morte. Per questo motivo e per evitare infortuni ai praticanti durante l’allenamento nei dojo, sempre possibili con l’uso di spade autentiche, i bugeisha del Giappone feudale idearono spade di legno conosciute con i nomi di bokken o bokuto. Il bokken era un solido pezzo di legno, estremamente duro, lavorato come una spada, che aveva la forma, la lunghezza ed il peso il più possibile vicini a quelli di una lama vera.


Attraverso l’uso della spada il samurai imparava ad affrontare tutte le altre armi che avrebbe potuto trovarsi di fronte nel combattimento. Il kenjutsu divenne pertanto un energico precettore di ginnastica marziale, terreno di addestramento per l’unità dell’occhio e della mano. Questa disciplina insegnava come valutare la distanza ottimale per lo scontro (ma–ai) e l’opportunità per attuare l’attacco (suki), nonché il controllo fisico e mentale sul nemico (zanshin).


I kata o sequenze prestabilite, utilizzati nell’addestramento della scherma, erano composti da fluidi movimenti che simulavano un reale combattimento tramite colpi, fendenti, stoccate, affondi e parate che venivano scambiati alternativamente tra i due praticanti. Essi venivano ripetuti innumerevoli volte in modo non meccanico; le forme dovevano essere “vissute” con animo spontaneo, come un autentico scontro, facendo sì che l’arte del kenjutsu instaurasse nel bugeisha sicurezza morale, fiducia in se stesso e l’intraprendenza nel combattimento attraverso l’assidua pratica con un compagno.


Kodachijutsu: il combattimento
con la spada corta


Il bushi nell’epoca feudale portava solitamente due spade: quella lunga (tachi o katana) e quella corta (kodachi o wakizashi). Esse erano le due caratteristiche lame che egli solo aveva, per legge, il privilegio di possedere e di usare, simboli della sua posizione nella società giapponese e strumenti per la conservazione di tale dignità.


La spada corta difficilmente lasciava la cintura del bushi; infatti la spada lunga poteva venire rimossa quando richiedeva la consuetudine: per esempio quando il guerriero si trovava in casa propria, o quando faceva visita ad un altro bushi, oppure ancora quando si trovava entro i confini del palazzo del signore regnante. In questi casi, al samurai veniva “permesso” (in realtà imposto) di lasciare la katana in luogo sicuro o in mani responsabili restando con al proprio fianco esclusivamente la spada corta.


Spesso il kodachi veniva definita dal proprietario “il guardiano del suo onore” in quanto non se ne separava praticamente mai. Per questo motivo nel Giappone feudale vennero create tecniche che prevedevano l’uso del kodachi come arma da difesa; i maestri idearono un’arte, collaterale alla classica disciplina del combattimento con la spada lunga, per l’utilizzo di quella corta denominata kodachijutsu.


La spada corta o kodachi divenne quindi l’arma usata per il combattimento corpo a corpo e venne impiegata sia per i fendenti (kiri) che per gli affondi (tsuki). Lo studio del kodachijutsu introduceva a movimenti corti seguiti da improvvisi scoppi di potenza atti ad accorciare le distanze con l’avversario, che solitamente impugnava una spada lunga, per poterlo raggiungere e quindi colpire.


Iaijutsu: l’arte dell’estrazione della spada


Lo iaijutsu era l’arte di estrarre la spada e di uccidere l’avversario con un unico e fluido movimento.


Il termine iaijutsu letteralmente significava arte o tecnica (jutsu) dell’estrazione (iai). Questa disciplina venne solitamente praticata con l’utilizzo della spada classica dei samurai: la katana, oppure, in alcuni casi, con una spada creata appositamente per quest’arte: lo iaito.


Lo iaijutsu consisteva nell’esecuzione d’un solo colpo perfetto. Era un combattimento finalizzato a un unico terribile momento che seguiva un rituale di elaborati gesti con la katana, un turbinio di movimenti brevi come esplosioni, alternati a pause d’attesa composta.


A differenza del kenjutsu, generalmente lo iaijutsu veniva eseguito come esercizio individuale (tandoku renshu) e attribuiva un rilievo singolare al fatto che l’esponente poteva essere inginocchiato (seiza), accosciato (iai goshi) o in piedi (tachi waza), trovandosi dunque relativamente impreparato per il combattimento. Il bugeisha assumeva queste posizioni per poi reagire all’istante ad un assalto di un ipotetico aggressore, eseguendo uno o più colpi contemporaneamente.


Erano quattro le fasi tecniche dello iaijutsu alle quali veniva attribuito il rilievo maggiore: il nukitsuke (l’estrazione), il kiritsuke (l’azione di taglio), il chiburi (la rimozione del sangue dalla lama) e il no–to (il riporre la spada nel fodero). Ciascuna di queste fasi doveva essere effettuata con efficienza e andava sfumata in un’unità di esecuzione sulla quale prevaleva uno stato continuo di vigilanza sull’avversario (zanshin).


I kata utilizzati per apprendere questa disciplina comprendevano sistematicamente attacchi frontali, laterali, alle spalle, oltre che da qualsivoglia direzione possibile. L’essenza dell’arte stava nella rapidità fulminea e nella precisione infallibile della sua esecuzione, perché lo scopo era quello di sbaragliare l’avversario con il minor numero di colpi possibile.


Nell’arte dello iaijutsu era quindi essenziale che la katana venisse estratta con la massima velocità, sia che la si usasse per tagliare (kiri) che per colpire con il manico (tsuka ate). Precisione e potenza nell’esecuzione dell’estrazione, combinate con la velocità con la quale si colpiva, permettevano di affrontare un aggressore che avesse già iniziato il suo attacco.
La grazia mostrata dallo spadaccino nell’eseguire questa istantanea estrazione, caratteristica dello iaijutsu, richiedeva una profonda concentrazione durante l’esecuzione e un grado di abilità che si potevano raggiungere solo dopo innumerevoli ore di appropriato addestramento.


Gli esponenti dello iaijutsu erano tradizionalmente tenuti ad utilizzare solo una lama viva, ovvero ben affilata; infatti, senza una spada vera, era impossibile generare quell’atteggiamento mentale necessario all’arte stessa. Pertanto, se eseguita correttamente, la tecnica dello iaijutsu portava l’esponente a una distanza di una frazione di centimetro dalla lama, facendo dell’esecuzione un vero e proprio gioco con la morte, gioco che per essere effettuato con perizia andava ripetuto più volte ogni giorno.


Bojutsu: l’arte del combattimento
con il bastone


L’uso sistematico del bastone (bo) a fini marziali era noto come bojutsu o arte dell’asta ed era basato su un’arma di legno duro lunga circa 180 centimetri (rokushaku–bo). Come arte della difesa, il bojutsu si incentrava su tattiche volte a respingere l’attacco portato con la spada, ma poteva controllare efficacemente anche altri tipi di arma.


Il repertorio del bojutsu comprendeva tecniche per colpire, bloccare, schivare o affondare. Il gyakute uchi, una sorta di tecnica offensiva ad impugnatura rovesciata, era un sistema di attacco fondamentale che ogni esponente del bojutsu doveva essere in grado di dominare; infatti un colpo portato con l’asta secondo questo stile sviluppa una forza sufficiente a spezzare una spada di metallo o a rompere un osso.


Il bo era un’arma formidabile soprattutto considerato l’allungo che consentiva di mantenere a distanza qualsiasi avversario. I colpi basilari di questa disciplina venivano normalmente praticati in forma di fluidi esercizi formali (kata) eseguiti da uno studente armato di una spada di legno (bokken) e dal suo avversario che usava il bastone lungo (bo). Le tecniche utilizzate negli esercizi formali includevano tutta una serie di colpi con traiettoria circolare (uchi) sferrati alle parti superiori o inferiori del corpo, colpi di rovescio (gyaku uchi), affondi (tsuki) e tutto un gruppo di parate (uke) e bloccaggi portati sulle mani o sugli avambracci, finalizzati ad impossibilitare l’avversario a proseguire il combattimento.


Naginatajutsu: l’arte della lancia curva


L’arte del maneggio dell’alabarda o naginata venne conosciuta nell’antico Giappone come naginatajutsu. Questo metodo di combattimento veniva praticato secondo innumerevoli stili e vi erano specializzazioni imperniate sull’uso di tutti i vari tipi di lance.


In Giappone abbondavano le scuole di bujutsu specializzate nell’uso dell’alabarda. Tutti questi ryu (scuole) che praticavano l’arte della naginata avevano in comune un numero rilevante di tecniche basilari, come gli affondi (tsuki), i fendenti (kiri) e le parate (uke) che erano comuni a tutte le armi da taglio. Le posizioni iniziali, i movimenti introduttivi, gli stili adottati per avanzare verso l’avversario o per portarsi fuori dalla portata della sua lama, i modi per raggiungere un bersaglio o per eludere un assalto, variavano da una scuola all’altra e venivano diligentemente studiati ed applicati durante i combattimenti.


La naginata e il nagamaki (una variante dell’alabarda classica) vennero adottati sin dall’inizio dal bushi. Maneggiati eseguendo tipici movimenti circolari, potevano entrambi essere utilizzati sia a cavallo sia a terra; il nagamaki in particolare veniva usato spesso per troncare le gambe dei cavalli dei nemici.


Sotto l’aspetto pratico quest’arte si componeva di tecniche di attacco, contrattacco e difesa che derivavano dalle posizioni fondamentali di guardia e dai movimenti basilari che, fluendo armonicamente l’uno nell’altro, facevano della disciplina del naginatajutsu uno dei metodi di coordinazione più spettacolari ed efficaci tra quelli che si sono evoluti dal medioevo nipponico.


La pratica del naginatajutsu richiedeva un vigore singolare. Infatti, quest’arma lunga e pesante veniva utilizzata per portare colpi diretti o rovesciati, a seconda dell’impiego assennato da parte del guerriero della lama, del manico e del codolo (ishizuki). Fondamentale da parte del bugeisha era l’abilità nel cambiare rapidamente la posizione della lama, tramite una veloce inversione delle mani sull’asta, che gli consentiva di portare i singoli colpi come avrebbe fatto con la katana, ma con il vantaggio aggiuntivo di rimanere a una distanza maggiore dall’avversario grazie alla lunghezza del manico.


Ryotojutsu: l’arte del combattimento
con due spade


La spada pareva esercitare uno strano fascino sui membri di tutte le classi ma, per il bushi, significava l’inizio della sua vita di guerriero, ne segnava i progressi e spesso era lo strumento della sua fine prematura. Il bushi durante il periodo feudale giapponese aveva il privilegio di portare con sé la classica coppia di spade (katana e wakizashi oppure tachi e kodachi) conosciute in abbinamento come daisho.


Tutti i guerrieri , indipendentemente dal rango, venivano addestrati nella disciplina del kenjutsu. Ogni aspetto di quest’arte veniva esplorato e si ideavano tecniche estremamente sofisticate che in seguito venivano collaudate ed applicate sul campo di battaglia e negli scontri individuali.


La principale arte della scherma era, naturalmente, la disciplina della katana, ma il bushi apprendeva anche le tecniche di altre sottospecializzazioni minori del kenjutsu.
Solitamente egli sapeva combattere altrettanto bene con la spada corta (kodachi) usando tecniche sostanzialmente identiche a quelle perfezionate per la katana, anche se adattate a distanze minori. Ma la perfezione tecnica del kenjutsu raggiunse vertici di bellezza ed efficienza inarrivabili con l’uso simultaneo di due lame, il tachi ed il kodachi, nel cosiddetto stile delle due spade, conosciuto come ryotojutsu o, in alcune scuole, come nito.


Le tecniche fondamentali di quest’arte si dividevano in tre gruppi principali: fendenti (kiri), affondi (tsuki) e parate (uke). I bersagli su cui erano diretti gli attacchi alternati della tachi e del kodachi includevano: la testa, che veniva colpita frontalmente o ai lati, la gola, i lati del busto o i fianchi, le gambe ed infine i polsi o le mani. Alcune delle tecniche di parata di questa disciplina si attuavano per mezzo di entrambe le spade che, debitamente incrociate, bloccavano l’arma dell’aggressore deviandola con il kodachi e permettendo quindi l’attacco conclusivo con la tachi.


Le tecniche del ryotojutsu nelle varie fasi del combattimento (attacco, difesa e contrattacco) iniziavano dalle posizioni fondamentali per terminare con veloci e letali assalti. In queste posture erano importantissimi l’equilibrio e la prontezza dinamica dato che il bugeisha sfruttava la relativa inespugnabilità consentita da tali posizioni per portare gli innumerevoli attacchi mortali che esse rendevano possibili.


Il praticante del ryotojutsu che si scontrava con un bugeisha armato di una spada sola lo metteva di fronte ad una situazione estremamente pericolosa in quanto la versatilità delle due spade, che colpivano in rapida successione, determinava per l’avversario un difficile maneggio della propria con spostamenti rapidi al fine di evitare gli attacchi combinati del kodachi e della tachi.


Sojutsu: l’arte del combattimento
con la lancia


Il sojutsu o arte della lancia (yari) era una disciplina praticata quasi esclusivamente dai bushi; quest’arte veniva studiata come preparazione al combattimento sui campi di battaglia.
Il sojutsu abituava il bushi a ritenere lo yari (lancia con punta dritta) un’arma d’opportunità, più che di impiego tattico generico. L’arte del combattimento con la lancia venne insegnata e praticata professionalmente dai guerrieri classici nelle sale d’addestramento delle scuole di bujutsu per diverso tempo. Infatti, sul campo di battaglia, quando si doveva combattere contro soldati protetti da armatura ed elmo, quest’arte di combattimento risultava vantaggiosa rispetto alla classica spada dei bushi.


Sofisticati modelli di punte di yari dotate di lame aggiuntive fecero sì che la lancia fosse un’arma atta a tagliare, agganciare o squarciare. Nondimeno, la meccanica di base del sojutsu rimase immutata ed il bushi imparò a essere particolarmente preciso nell’esecuzione degli affondi (tsuki) che erano la tecnica principale di questa disciplina.


La lancia poteva essere utilizzata sia a cavallo sia a terra e spesso le ferite inferte da quest’arma producevano sugli avversari un’agonia lenta e crudele.


Vi erano molti ryu e molti sensei del bujutsu che si specializzavano, spesso esclusivamente, nell’uso della lancia in combattimento. Un esperto lanciere, addestrato in queste scuole veniva scrupolosamente evitato non soltanto dai singoli guerrieri armati della formidabile katana, ma persino da gruppi di guerrieri, che egli poteva disperdere con una sorta di danza circolare impenetrabile e mortale facendo volteggiare la lunga arma in fendenti ed affondi.


Kyujutsu: l’arte del tiro con l’arco


In tempi passati l’uso dell’arco costituì una vera e propria insidia per lo spadaccino. Con l’ascesa della classe militare giapponese l’arte del tiro dell’arco (kyujutsu) divenne il simbolo stesso di una casta.


L’addestramento nel tiro con l’arco venne minuziosamente codificato ed esteriorizzato ritualisticamente in sequenze di movimento e di azione fluidissima, ognuna delle quali era completa e ben definita in se stessa sebbene fluisse armoniosamente nel movimento successivo.


L’evoluzione tecnologica ebbe però un influsso negativo sul kyujutsu, trasformandolo in breve in una pratica ritualizzata dove l’enfasi era interamente trasferita nel gesto di incoccare la freccia (ya) a discapito del raggiungimento del bersaglio posto a pochi metri di distanza. Infatti la qualità richiesta all’arciere nipponico era, più della destrezza e della potenza fisica, la capacità di concentrazione e precisione. In pratica si trattava di fondere in efficacia fisica il legame tra corpo e spirito.


particolare più importante del rito del kyujutsu o kyudo, come venne in seguito chiamato, era l’assunzione di una corretta posizione di tiro senza la quale l’intero processo diventava inutile ed inefficace. Le posizioni di tiro a piedi o a cavallo presentavano naturalmente qualche differenza ma erano basate sullo stesso principio. Il concetto fondamentale divenne l’espressione della superiorità mentale dell’arciere di fronte al nemico.